News

Rassegna giurisprudenziale 20 settembre 2017, a cura di Martina Costantino

- MATERNITA’ -

Corte di Giustizia Europea, conclusioni avvocato generale C-103-16.

L’avvocato generale della Corte di Giustizia Europea, Eleanor Sharpston, chiamato a fornire le conclusioni nella causa C-103/16 asserisce che l'allontanamento dal posto di lavoro di una donna in stato di gravidanza può avvenire soltanto "in casi eccezionali" e laddove "non esista alcuna possibilità plausibile di riassegnarle a un altro posto di lavoro adeguato".

Il caso di specie riguarda una cittadina spagnola, coinvolta in una procedura di licenziamento collettivo del proprio datore di lavoro, un importante gruppo bancario.

L’azienda, dopo l'accordo con i sindacati, aveva inserito all’interno della procedura la lavoratrice che all'epoca stava fruendo del congedo obbligatorio per maternità.

La dipendente ha quindi impugnato il licenziamento dinanzi al tribunale del lavoro spagnolo e, giunti in appello, la Corte ha rimesso la questione ai giudici europei.

La Corte di giustizia è chiamata quindi a pronunciarsi circa l’applicabilità del divieto di licenziamento delle lavoratrici gestanti nel caso di un procedimento di licenziamento collettivo che, secondo quanto detto dall’avvocato generale Sharpston, non sempre configura un “caso eccezionale”.

Leggi tutto

Quanto è legale chiedere dettagli personali ai colloqui? AAA stagista vegano cercasi - Intervista a Chiara Vannoni 15 settembre 2017

Si può selezionare un dipendente o uno stagista in base a caratteristiche che, almeno apparentemente, hanno poco a che fare con il ruolo da coprire in azienda? Se lo sono chiesti in tanti leggendo le polemiche che un annuncio di ricerca per uno stagista per sei mesi all’interno della Lega Anti Vivisezione italiana ha suscitato. Tra i requisiti: titolo preferenziale la scelta vegana. Un elemento discriminatorio? «A livello normativo vige un principio ben chiaro di non discriminazione e di attuazione di una direttiva comunitaria per cui è vietata la discriminazione diretta e indiretta per varie questioni, tra cui le convinzioni personali. E io ritengo che la scelta vegana possa chiaramente rientrare tra le convinzioni personali» spiega alla Repubblica degli Stagisti Chiara Vannoni.

 

Leggi tutto

Rassegna giurisprudenziale 13 settembre 2017, a cura di Monica Serra

- LICENZIAMENTO DISCIPLINARE -

Tribunale di Napoli, sezione Lavoro, sentenza 27 giugno 2017, Est. Dott.ssa Gabriella Marchese

Il Tribunale di Napoli, in una delle prime pronunce in tema di insussistenza del fatto “direttamente dimostrata in giudizio” nell’ambito della nuova disciplina dei licenziamenti introdotta dal Jobs Act, ha sancito il principio secondo il quale può essere disposta la reintegrazione nel posto di lavoro quando l’insussistenza del fatto risulti in modo chiaro, ma anche con prova indiretta.

Nel caso di specie, il giudice ha dichiarato l’illegittimità del licenziamento comminato a un lavoratore cui erano state contestate  una serie di assenze ingiustificate dal lavoro, e che aveva invece sostenuto di essere stato invitato ad astenersi dal lavoro dal proprio responsabile, motivo per il quale aveva anche comunicato all’azienda la propria disponibilità alla ripresa del servizio.

Leggi tutto

Rassegna giurisprudenziale 6 settembre 2017, a cura di Monica Serra

- LEGGE N. 104/1992 -

Tribunale di Milano, sezione Lavoro, sentenza 16 giugno 2017 n. 4090, Est. Giud. Scarzella (Conformemente, sulla natura dei permessi ex legge n. 104/1992, si veda Corte di Cassazione, sezione II Penale, sentenza 23 dicembre 2016 n. 54712.

Con una recente sentenza, il Tribunale di Milano si è pronunciato in merito all’utilizzo da parte del lavoratore dei permessi per l’assistenza del disabile grave ex legge n. 104/1992.

In particolare, la decisione ha avuto ad oggetto la legittimità di un licenziamento per giusta causa comminato a una lavoratrice cui era stato contestato che nel giorno di “legge 104” concessole per l’assistenza al padre si era assentata dall’abitazione di quest’ultimo per circa quattro ore, poi tornandovi per passarvi la notte.

Ebbene, dalle risultanze processuali emergeva chiaramente il fatto che il giorno di “permesso 104” si inseriva in un lasso temporale di sei giorni consecutivi durante i quali la lavoratrice di fatto si trasferiva presso l’abitazione dei genitori anche per la notte e che, nel lasso di tempo contestato, la stessa avrebbe dovuto accompagnare il padre a una visita medica poi disdetta dal medico improvvisamente, così da decidere di fare una serie di commissioni e acquisti per conto del padre.

Leggi tutto

Rassegna giurisprudenziale 25 luglio 2017, a cura di Monica Serra

- STALKING OCCUPAZIONALE -

Corte di Cassazione, sezione V Penale, sentenza 19 luglio 2017, n. 35588

Secondo la Corte di Cassazione, la persecuzione di un dipendente da parte di un superiore gerarchico può andare ben oltre il mobbing e, in alcuni casi, è idonea a trasformarsi in vero e proprio stalking, per il quale il datore di lavoro risponde dei danni subiti dalla vittima, in solido con lo stalker. Con la sentenza n. 35588/2017, infatti, la Corte di Cassazione ha definitivamente condannato il responsabile di un servizio comunale per la persecuzione posta in essere nei confronti di una lavoratrice di fatto sua subordinata, e ha condannato condannato il datore di lavoro a risarcire in solido con lo stalker i danni patiti dalla vittima. In particolare, l’uomo aveva usato una serie di violenze morali contro la lavoratrice, fino ad opprimerla con atteggiamenti a sfondo sessuale. Sul piano processuale, nonostante l’iniziale capo di imputazione fosse quello di violenza privata, nel corso dei dibattimento questo veniva modificato in atti persecutori; si configura infatti il reato di stalking ogniqualvolta determinate condotte, anche se non violente, producono in chi le subisce un apprezzabile turbamento: nel caso di specie la lavoratrice aveva accumulato disagio e prostrazione psicologica.

Leggi tutto

Rassegna giurisprudenziale 19 luglio 2017, a cura di Martina Costantino

- DISOCCUPAZIONE -

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, 10 luglio 2017, n. 16997.

La “disoccupazione” (Naspi) spetta anche nei periodi di allontanamento dell’interessato dall’Italia. L’INPS aveva negato la disoccupazione a un cittadino senegalese per il periodo di tre mesi durante i quali questi si era recato nel Paese di origine. La Corte di Cassazione, dopo aver affermato e ribadito il carattere della territorialità del sistema di sicurezza sociale, aggiunge che per ogni istituto vi sono delle precise disposizioni di legge atte a conciliare le differenti esigenze in campo. Nel caso dell’indennità in esame, i Giudici hanno ricordato che la legge italiana subordina la fruizione del beneficio unicamente al rispetto da parte dell’interessato delle norme sul controllo della disoccupazione, consistenti nel presentarsi in caso di convocazione da parte del servizio competente e nel non rifiutare un’offerta di lavoro adeguata. Di conseguenza, ai fini dell’erogazione del servizio, è sufficiente il fatto che l’interessato non si sia dimostrato inadempiente ad alcuna di tali prescrizioni.

Leggi tutto

Rassegna giurisprudenziale 12 luglio 2017, a cura di Martina Costantino

- LICENZIAMENTO DISCIPLINARE -

Corte di Cassazione, sezione Lavoro, 15 giugno 2017, n. 14862.

La Corte di Cassazione è intervenuta su un caso di licenziamento intimato a un lavoratore che, durante l’orario lavorativo, navigava per lungo tempo su internet.

I motivi del ricorso addotti dal lavoratore si fondavano, prevalentemente, sull’asserita violazione degli artt. 7 (pubblicità del codice disciplinare) e 4 L. 300/1970. I Giudici di Legittimità, respingendo il ricorso, hanno chiarito quanto segue. Per quanto attiene l’art. 7 L. 300/1970, la Corte ha sottolineato che l’onere di pubblicità del codice disciplinare aziendale previsto dalla norma «[…] si applica al licenziamento disciplinare soltanto nei limiti in cui questo sia stato intimato per una delle specifiche ipotesi di comportamento illecito vietate e sanzionate con il provvedimento espulsivo da norme della contrattazione collettiva o da quelle validamente poste dal datore di lavoro – […] - e non anche quando, […] il datore di lavoro contesti un comportamento che, secondo quanto accertato in fatto dal giudice del merito, integri una violazione di una norma penale, o sia manifestamente contrario all'etica comune, ovvero concreti un grave o comunque notevole inadempimento dei doveri fondamentali connessi al rapporto di lavoro, quali sono gli obblighi di diligenza e di fedeltà prescritti dagli artt. 2104 e 2105 c. c., poiché in tali casi il potere di licenziamento deriva direttamente dalla legge». Per quanto riguarda invece l’art. 4 L. 300/1970, la Consulta ha ricordato che la norma non è applicabile nei casi di attività volta ad individuare la realizzazione di comportamenti illeciti dei dipendenti idonei a recare danno all’azienda.

Leggi tutto

Rassegna giurisprudenziale 05 luglio 2017, a cura di Monica Serra

- LICENZIAMENTO DISCIPLINARE -

Tribunale di Milano, sentenza 13 giugno 2017, est. Lombardi

Secondo il Tribunale di Milano è illegittimo il licenziamento del conducente di autobus risultato positivo a uno specifico test tossicologico (per uso di cannabis). Secondo le normative regionali sono consentite verifiche sanitarie senza preavviso sui lavoratori addetti a mansioni che comportino rischi per la sicurezza, con rimozione del dipendente nel caso in cui venga accertata la tossicodipendenza. Tuttavia, il fatto di risultare positivo a un solo test non consente di dire che il ricorrente abbia una dipendenza da droghe, né che le abbia assunte o ne subisca gli effetti negli orari di servizio. Il fatto, pertanto, non ha rilevanza disciplinare, così da comportare la reintegrazione del dipendente.

Leggi tutto

Rassegna giurisprudenziale 28 giugno 2017, a cura di Monica Serra

- TEMPESTIVITA’ PROCEDIMENTO DISCIPLINARE -

Corte di Cassazione, sezione Lavoro, sentenza 19 maggio 2017, n. 12712

Al fine di stabilire la tempestività o meno della contestazione disciplinare, il computo del tempo deve essere considerato a decorrere dal momento di conoscenza del fatto disciplinarmente rilevante da parte del datore di lavoro, e non del momento storico in cui il fatto stesso è avvenuto.

Inoltre, tenuto conto di tutte le circostanze del fatto concreto, non può ritenersi violato l’obbligo di contestazione immediata per il solo fatto che il datore sia venuto a conoscenza del fatto, essendo necessario per questo anche uno spatium deliberandi per verificare la fondatezza del fatto e svolgere le indagini necessarie alla sua verifica.

Corte di Cassazione, sezione Lavoro, sentenza 19 maggio 2017, n. 12714

La decorrenza del termine contrattuale eventualmente previsto per l’irrogazione della sanzione disciplinare è da ritenersi sospeso per tutto il periodo in cui non possa procedersi con l’audizione del lavoratore per motivo riferibile a questo, come la malattia.

Infatti, eccepire la tardività del provvedimento perché adottato oltre il termine contrattuale viola il principio di buona fede e correttezza, tanto da poter ritenere dilatorie le richieste di rinvio rispetto a un fatto non riferibile al datore di lavoro.

Leggi tutto

Rassegna giurisprudenziale 21 giugno 2017, a cura di Martina Costantino

- LICENZIAMENTO DISCIPLINARE E FACEBOOK –

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 31 maggio 2017, n. 13799.

Il caso su cui la Corte si è pronunciata inerisce un licenziamento disciplinare dichiarato illegittimo per difetto d’illiceità della condotta. In particolare, i giudici hanno ritenuto non diffamatorie le espressioni pubblicate su Facebook da un dipendente nei confronti del legale rappresentante della società datrice di lavoro. La Cassazione, riprendendo la pronuncia n. 20540/2015, torna a chiarire che l'insussistenza del fatto contestato, di cui all'art. 18 Stat. Lav., come modificato dall'art. 1, comma 42, della I. n. 92 del 2012, comprende l'ipotesi del fatto sussistente ma privo del carattere di illiceità, sicché (anche) in tale ipotesi si applica la tutela reintegratoria, senza che rilevi la diversa questione della proporzionalità tra sanzione espulsiva e fatto di modesta illiceità. «L'assenza di illiceità di un fatto materiale pur sussistente, deve essere ricondotto all'ipotesi, che prevede la reintegra nel posto di lavoro, dell'insussistenza del fatto contestato, mentre la minore o maggiore gravità (o lievità) del fatto contestato e ritenuto sussistente, implicando un giudizio di proporzionalità, non consente l'applicazione della tutela cd. reale».

Leggi tutto

Persone e Famiglia

Consumatori

Lavoro