La condizione dello straniero che intende lavorare in Italia - di Carlo Facile e Martina Costantino - 18 maggio 2017

Carlo Facile e Martina Costantino, maggio 2017

Per poter lavorare in Italia il cittadino straniero non comunitario deve essere in possesso di un permesso di soggiorno, la cui titolarità garantisce la piena equiparazione del lavoratore straniero a quello italiano.

Affinché lo straniero possa svolgere attività lavorativa, comunque, non è necessario che il suo permesso di soggiorno sia rilasciato espressamente per tali fini, poiché in generale il legislatore permette anche a chi soggiorna regolarmente nel nostro Paese per altri motivi di potersi procurare lecitamente (attraverso il lavoro) i mezzi di sussistenza.

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Quando e in che misura i comportamenti che teniamo nella nostra vita privata possono incidere sul rapporto di lavoro?

Una recentissima sentenza della Corte di Cassazione (29/3/2017, n° 8132) chiarisce che le condotte extra-lavorative possono costituire giusta causa di licenziamento se, a seguito di verifica, risultano illecite, gravi ed atte a ledere gli interessi morali e patrimoniali del datore di lavoro, nonché idonee a minare la sua fiducia.

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I licenziamenti per motivi soggettivi tra vecchio e nuovo diritto: nuovi spazi per la reintegrazione? di Chiara Vannoni, aprile 2017

Circa un anno fa mi ero interrogata su uno degli aspetti più eclatanti della disciplina introdotta con il D.Lgs. 23/2015, noto come “Contratto a Tutele Crescenti”. A distanza di due anni dall’entrata in vigore del nuovo contratto o, più correttamente, del nuovo regime sanzionatorio del licenziamento illegittimo, pare opportuno tracciare un primo “stato dell’arte”, che prende le mosse dal raffronto tra “vecchia” e “nuova” normativa, cioè tra quanto disposto dall’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori risultato dopo le modifiche della Legge Fornero e CTC, evidenziando gli elementi ancora più discussi e discutibili della nuova disciplina e cercando di individuare soluzioni interpretative e pratiche per i casi di licenziamenti disciplinari che ricadano nell’applicazione della nuova disciplina.

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Le molestie morali a sfondo discriminatorio e i ragionevoli accomodamenti al tempo del jobs act - Relazione di Annalisa Rosiello al Convegno Agi di Messina, 27 marzo 2017

Il jobs act, con le tutele eufemisticamente definite crescenti, ha creato indiscutibilmente una "gabbia" dei diritti e delle tutele, ha creato lavoratori a due velocità; come  si era diffusamente previsto, questa differenziazione non ha solo inciso sui diritti dei nuovi assunti, ma nel tempo sta dando luogo a pressioni sempre maggiori sul personale più anziano perché più garantito. Qui un approfondimento sul tema.

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Gli aspetti sostanziali del licenziamento disciplinare, Relazione di Chiara Vannoni al convegno AGI del 14 marzo 2017

Il lavoratore illegittimamente licenziato per via disciplinare, secondo il Jobs act,  non dovrebbe mai (o quasi mai) essere reintegrato. Ma è davvero così? Una lettura costituzionalmente orientata dei testi normativi, i principi generali e il favor risultante dalle previsioni dei contratti collettivi tendono ad aprire interessanti spazi interpretativi per riaffermare il diritto alla reintegrazione anche dei lavoratori assunti dopo il 7 marzo 2015.

 

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