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Se il potere è squilibrato, il consenso può essere una maschera. È così nei luoghi di lavoro, di Domenico Tambasco, 30 gennaio 2026

30.01.2026 | News

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Nel rapporto di lavoro la libertà della lavoratrice e del lavoratore non può essere presunta in astratto: va verificata nella concretezza delle condizioni.
Il consenso della persona– a turni massacranti, a rinunce ai riposi, a carichi eccedenti – o la apparente rinuncia ad esercitare dei diritti – a impugnare un trasferimento, un demansionamento, una modifica di orario, ecc. – quando nasce in un contesto di asimmetria di potere, di subordinazione economica e organizzativa, non è mai neutro. Può essere frutto di necessità, di timore, di adattamento forzato.
E questo è ancora più vero in contesti di totale deriva nelle relazioni di lavoro, quali quelli rappresentati da molestia e violenza sessuale.
Per questa ragione il diritto del lavoro, se vuole davvero tutelare la dignità della persona che lavora, non può fermarsi alla “forma” del consenso, ma deve indagarne la sostanza. Deve chiedersi se quel consenso sia stato espresso in condizioni di effettiva libertà o se, invece, sia la “maschera” giuridica di una sottomissione incompatibile con i principi costituzionali, quelli del diritto anti-discriminatorio e quelli posti a tutela della salute e sicurezza del lavoratore.
Guardare “dietro la maschera” significa, in definitiva, riportare al centro la salute, la dignità e la libertà di scelta della persona.
Ne parla in maniera egregia sul nostro blog del Fatto Quotidiano il collega  Domenico Tambasco, che cita  anche la giurisprudenza di merito più recente in tema di molestie sessuali, sottomissione e consenso apparente.

Qui il link all’articolo pubblicato il 30 gennaio 2026 sul  blog del Fatto Quotidiano curato dallo studio.

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