Quando una persona sta male al lavoro non perde solo salute: perde fiducia, energia, speranza, visione del futuro.
E quando arrivano in studio persone che hanno messo in gioco identità, anni e competenze in un’azienda, spesso portano con sé, tra le varie, la credenza che “chiedere un risarcimento equivale a incassare una sconfitta”.
La realtà, molto spesso, è un’altra.
Perché il risarcimento ottenuto in Tribunale o con una conciliazione, da quello che ho spesso verificato in anni e anni di affiancamento a clienti, può essere la porta che si apre su una nuova vita.
E succede allora che un quadro aziendale di una grossa catena di distribuzione, demansionato per anni e poi licenziato, a 56 anni utilizzi il risarcimento per aprire la pizzeria che sognava da tempo; oppure una dirigente HR, logorata da carichi incompatibili e isolamento professionale, dopo una conciliazione scelga di formarsi come coach e lavorare in autonomia; un responsabile commerciale, schiacciato da obiettivi irraggiungibili e reperibilità continua, utilizzi il ristoro economico per fermarsi, curarsi e successivamente ricollocarsi in contesto lavorativo sano e gratificante sul piano sia professionale che economico; un manager tecnico, messo ai margini dopo una riorganizzazione e licenziato con un pretesto, trovi il coraggio di cambiar vita e ri-trasferirsi in collina, proseguendo l’attività di famiglia (azienda vinicola e olearia).
La cifra ottenuta come risarcimento può rappresentare quindi l’occasione per recuperare una vita “normale” e serena, e anche un riconoscimento di valore e di dignità. Favorendo anche la realizzazione di sogni.
A volte, se non spesso, la vera vittoria non è restare dove si è stati male. Nel rispetto dei tempi, delle forze e delle capacità di ciascuno, la vittoria può essere andarsene perché si vuole star bene.
In questo carosello offro qualche indicazione e spunto.
