Rassegna giurisprudenziale 18 luglio 2018, a cura di Monica Serra

- LICENZIAMENTO PER GIUSTA CAUSA -

Corte di Cassazione, sezione Lavoro, sentenza 23 maggio 2018 n. 12805

In tema di giusta causa di licenziamento la sua sussistenza deve necessariamente essere valutata alla luce della gravità dei fatti addebitati al lavoratore e alla proporzionalità tra questi e la sanzione irrogata.

Inoltre la valutazione della gravità dell’illecito deve passare anche per il suo confronto con la qualità e importanza delle mansioni svolte lavoratore.

Corte di Cassazione, sezione Lavoro, sentenza 5 giugno 2018 n. 14391

Nel valutare la sussistenza di una giusta causa di licenziamento il Giudice ha l’onere di considerare la gravità dei fatti addebitati al lavoratore e in particolare i loro connotati oggettivi e soggettivi: il danno arrecato, l’intensità del dolo o il grado della colpa, i precedenti disciplinari, ogni altra circostanza idonea a incidere sul livello di lesione del rapporto fiduciario tra le parti.

Corte di Cassazione, sezione Lavoro, sentenza 4 giugno 2018 n. 14192

Nel caso in cui al lavoratore vengano contestati una pluralità di addebiti o un’unica ma articolata condotta, “l’insussistenza del fatto” si configura solo qualora sul piano fattuale possa escludersi la realizzazione di un nucleo minimo di condotta si per sé idoneo a giustificare la sanzione espulsiva o quando si realizzi il caso del fatto sussistente ma privo del carattere di illiceità.

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Rassegna giurisprudenziale 4 luglio 2018, a cura di Monica Serra

- MOBBING -

Corte di Cassazione, sezione Lavoro, ordinanza 20 giugno 2018 n. 16247

L’atteggiamento di sarcasmo tenuto dai colleghi nei confronti di un lavoratore spesso assente per questioni di salute configura mobbing: tale atteggiamento dei colleghi, infatti, non è né normale e inevitabile né giustificabile.

Corte di Cassazione, sezione Lavoro, ordinanza 20 giugno 2018 n. 16256

Con questa recente sentenza la Corte di Cassazione è tornata a pronunciarsi sul concetto e sul significato di mobbing, ossia quella figura alla quale vengono comunemente ricondotti tutti gli atti vessatori complessivamente compiuti dal datore di lavoro e inseriti in una sequenza connotata da un intento persecutorio.

Ebbene, la sentenza qui citata afferma e conferma un orientamento già precedentemente espresso dalla S.C., secondo il quale la figura del mobbing ha esclusivamente un rilievo giuridicamente descrittivo, posto che l’applicazione dell’art. 2087 c.c. - norma alla quale viene comunemente ricondotta la situazione di mobbing -  non è vincolata al determinarsi di una condotta vessatoria complessiva, ma è destinata a operare anche rispetto a singoli comportamenti inadempienti o illegittimi che siano causa di pregiudizi alla salute e ad altre situazioni giuridiche del lavoratore.

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Rassegna giurisprudenziale 22 giugno 2018, a cura di Monica Serra

- NULLITA’ DEL RECESSO IN PROVA DELLA LAVORATRICE IN GRAVIDANZA -

Tribunale di Milano, sezione Lavoro, sentenza 17 maggio 2018 n. 1213

Nell’ambito di un contratto c.d. a tutele crescenti, il Tribunale di Milano ha dichiarato la nullità del licenziamento della lavoratrice in stato di gravidanza per mancato superamento del periodo di prova.

Il Giudice ha chiarito che il licenziamento in prova della lavoratrice madre, come spiegato dalla sentenza  n. 172/1996 della Corte Costituzionale, deve essere motivato; il datore di lavoro, cioè, deve adeguatamente spiegare le ragioni per le quali il giudizio sulla prestazione resa dalla lavoratrice durante l’esperimento è negativo al fine di consentire alla parte, e successivamente al giudice, di valutare che il licenziamento non sia legato alla condizione di donna incinta.

E nel caso specifico tale onere non è stato assolto e il licenziamento è stato ritenuto discriminatorio sulla base di una serie di elementi presuntivi allegati dalla lavoratrice, come la consequenzialità temporale tra la comunicazione dello stato di gravidanza e l’intimazione del licenziamento.

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Rassegna giurisprudenziale 15 giugno 2018, a cura di Monica Serra

- LICENZIAMENTO PER SCARSO RENDIMENTO -

Corte di Cassazione, sezione Lavoro, sentenza 8 maggio 2018 n. 10963

Il licenziamento per c.d. “scarso rendimento” è un’ipotesi di recesso del datore di lavoro per un notevole inadempimento degli obblighi contrattuali da parte del lavoratore, e come tale è riconducibile al genus della risoluzione per inadempimento di cui all’art. 1453 e ss. cod.civ..

Di conseguenza il recesso così qualificato, ma in realtà dovuto a un elevato numero di assenze (peraltro non tal da esaurire il periodo di comporto,) è ingiustificato.

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Rassegna giurisprudenziale 7 giugno 2018, a cura di Monica Serra

- DISCRIMINAZIONE ED ETA’ DEL PENSIONAMENTO -

Corte di Giustizia dell'Unione Europea, Decima Sezione, ordinanza 7 febbraio 2018, causa C-412/17

Corte di Giustizia dell'Unione Europea, Decima Sezione, ordinanza 7 febbraio 2018, causa C-143/17

Con due recenti ordinanze la Corte di Giustizia si è pronunciata su un caso di discriminazione diretta basata sul sesso relativamente all’età pensionabile, prendendo spunto dalla corretta interpretazione e applicazione dell’art. 14, par. 1, lett. c), della Direttiva 2006/54/CE sull’attuazione delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego.

Ebbene, la normativa nazionale secondo la quale i lavoratori impiegati come ballerini che abbiano raggiungo l’età pensionabile – 45 anni sia per le donne che per gli uomini – possano esercitare la facoltà di proseguire l’attività lavorativa sino al limite fissato dalla normativa previgente - 47 anni per le donne e 52 per gli uomini - costituisce una discriminazione diretta fondata sul sesso.

La decisone della Corte è stata fatta propria da Corte di Cassazione, sezione Lavoro, sentenza 17 maggio 2018 n. 12108, che ha affermato la natura di discriminazione diretta del licenziamento di una ballerina quarantasettenne per raggiunti limiti di età.

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